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Mancanza di relazioni sociali e desiderio di cibo



Quale associazione c’è tra la mancanza di relazioni sociali e il desiderio di cibo?

Ci mancano gli altri?


La risposta del cervello umano all’isolamento non era del tutto chiara.


Fino a poco tempo fa non c’erano dimostrazioni in tal senso, solo di recente è stato verificato che le tracce di questa astinenza si trovano nei neuroni.

Nei topi era stata dimostrata l’esistenza di una risposta neurale alla solitudine, resa possibile dall’attività di Neuroni Dopaminergici, nell’uomo mancavano le prove.


Ora invece, come si legge nell’articolo pubblicato su NATURE NEUROSCIENCE, sappiamo che la regione del nostro cervello che si accende alla vista di immagini con cibi e bevande, senza aver toccato cibo per ore, è la stessa che codifica il bisogno di relazionarsi dopo un periodo di isolamento sociale.


Il gruppo di lavoro di Rebecca Saxe neuroscienziata e ricercatrice del MIT, ha condotto uno studio sul cervello di alcuni volontari, dopo averli privati per 10 ore consecutive, di qualsiasi contatto sociale, anche lo scambio di email, di messaggi e di accesso ai social.


La ricerca della Saxe ha dimostrato che le persone costrette all’isolamento relazionale, reagiscono con un desiderio forte di socializzare, che è elaborata dai neuroni del circuito della ricompensa, gli stessi che si accendono in una persona affamata davanti al cibo.


Questo studio quindi conferma l’importanza delle RELAZIONI UMANE, e dimostra quanto la mancata soddisfazione di un bisogno primario come la socialità, nel tempo può aumentare la spinta verso altri comportamenti gratificanti come il consumo di dolci, di alcol o di sostanze stupefacenti, per compensare il piacere negato di un incontro tra amici.


La privazione di contatti sociali che stiamo vivendo in questo lungo periodo di Pandemia, perciò, può scatenare una reazione cerebrale del tutto simile a quella che abbiamo verso altri tipi di privazioni.


Le soluzioni possono essere

  • Evitare l’isolamento, usare il telefono e i dispositivi digitali che ci fanno interagire con le persone anche a distanza, per scongiurare reazioni compensatorie inopportune.

  • Praticare esercizi di respirazione e stare all’aria aperta almeno una volta al giorno.


QUALCHE SUGGERIMENTO UTILE per cambiare un’abitudine.

In questo strano isolamento abbiamo lasciato molte delle nostre rassicuranti abitudini sociali: una pizza con gli amici, una cenetta nel nostro ristorante preferito, una bella colazione in pasticceria, il cinema, il teatro, i viaggi, una coccola in una SPA, un concerto, e potrei continuare con altri esempi.


Quindi come fare per riempire il nostro vivere e gratificare il nostro cervello con nuove abitudini?


La maggior parte delle scelte che compiamo ogni giorno non sono frutto di riflessioni consapevoli bensì di abitudini.

Da secoli vengono studiate, ma è solo negli ultimi anni che la scienza ha realmente iniziato a capire in che modo funzionano, valutando l'impatto che hanno su ogni aspetto della nostra vita quotidiana.

Trasformarle non è veloce e non è sempre facile, ma è possibile.

Charles Duhigg, giornalista del New York Times e Premio Pulitzer, ha indagato la formazione delle abitudini a livello individuale e collettivo e secondo il suo studio queste seguono un ciclo.

Il segnale d’azione. È ciò che attiva la tua abitudine, come ad esempio l'orologio che segna le ore 13 e significa che è ora di pranzare.

La routine, ovvero il comportamento che ne deriva: andare a comprare qualcosa da mangiare. Una routine può essere fisica (compiamo determinate azioni), mentale (abbiamo specifici pensieri) o emotiva (proviamo determinate emozioni).


La ricompensa, cioè la gratificazione, la fonte di soddisfazione che rende l'abitudine facile da ripetere. Ad esempio, l'alto livello di dopamina indotto dallo zucchero che sopraggiunge dopo aver mangiato. La reazione biochimica dice alla nostra mente che quella routine è da ricordare perché ci ha fatto provare piacere (o da evitare perché ci ha fatto provare dolore).


I processi di valutazione e di scelta richiedono un grande sforzo; quando invece si innesta un’abitudine, il cervello, che è pigro, non ha più bisogno di partecipare al processo decisionale e così può dedicarsi ad altro.

Ecco perché quasi inevitabilmente predilige queste soluzioni.

Tuttavia, questo meccanismo è flessibile e possiamo cambiarlo.


11 COSE DA SAPERE:

1. La cosa più efficace per generare cambiamenti duraturi, è puntare sulle abitudini. Quasi il 40% delle nostre azioni quotidiane è il risultato di abitudini, non di decisioni.

Gli scienziati hanno scoperto che la sostituzione di una sola serie di schemi neurologici può revisionarli tutti.


2. Le abitudini si sviluppano senza il nostro consenso. Il cervello è sempre alla ricerca di modalità che gli permettano di risparmiare energia e le abitudini sono a forte risparmio energetico.

Per formare un ciclo di abitudini, il cervello prima cerca un segnale, qualcosa che gli dica quando passare all'elemento successivo, la routine.

Naturalmente, questa routine non si verificherà senza una ricompensa, il che rafforza il messaggio "ne vale la pena". Quando agiamo in modo abituale, l’attività del cervello diminuisce: è come se la mente entrasse in modalità “pilota automatico”.

È questa la ragione per cui quando percorri strade conosciute, non devi mai riflettere sul percorso. Se dovessimo controllare coscientemente ogni singola azione, subiremmo un enorme spreco di energia mentale.


3. I desideri guidano le abitudini

Quando si forma un ciclo di abitudini, iniziamo a desiderare la ricompensa finale.

Anche solo l'anticipazione della ricompensa è in grado di indurre la stessa sensazione.


4. Ogni cambiamento è possibile nel contesto giusto. Quando comprendi la routine che ha dato vita a un'abitudine, capisci anche qual è il desiderio che questa sta cercando di colmare. Racconta Duhigg di aver notato una sua abitudine: ogni giorno, intorno alle tre del pomeriggio andava alla caffetteria del New York Times e mangiava uno snack. Una volta accortosi di aver preso peso, si è chiesto a cosa fosse dovuta quell'abitudine: aveva davvero fame, era un calo di zuccheri?

No, in realtà voleva socializzare con i colleghi. Da allora ha iniziato ad andare direttamente a cercarli. Stesso segnale, le tre del pomeriggio, stessa gratificazione.


5. Puoi sostituire le vecchie abitudini con nuove modificando le routine, ma solo la convinzione ti eviterà ricadute.

Tutti tornano alle vecchie abitudini in periodi di stress, ma la chiave per non abbandonare completamente le nuove è la convinzione di poterle rispettare.


6. I cambiamenti di abitudini chiave possono avere effetti inaspettati e di vasta portata.

Le abitudini sono contagiose e basta cambiarne alcune strategiche, come sostituire una mela ad un biscotto, per modificare anche l'intero stile di vita.


7. Con i piccoli successi si costruiscono vittorie più grandi.

Gli scienziati non conoscono ancora il motivo esatto, ma i piccoli cambiamenti hanno spesso un effetto a catena. La ricerca mostra, ad esempio, che le persone che iniziano ad allenarsi anche solo una volta alla settimana cominciano anche a mangiare in modo più sano.


8. Si può imparare ad avere forza di volontà. E poi va esercitata, come un muscolo. Durante il giorno, la nostra forza di volontà si esaurisce.

Ecco perché è facile cadere in tentazione a cena o perché la maggior parte delle relazioni extraconiugali iniziano dopo il lavoro.

Proprio come i muscoli, la forza di volontà deve essere gradualmente allenata per diventare più forte.


9. I leader più capaci accolgono la crisi come un momento di cambiamento. Invece di cercare immediatamente di disinnescarla, un buon leader è in grado di estendere il momento per catalizzare importanti cambiamenti. Sa prendere in considerazione le opinioni dei collaboratori, ma anche mettere al primo posto gli obiettivi più importanti per tutti.

Le crisi sono i momenti in cui gli altri sono generalmente più aperti al cambiamento.


10. I legami deboli ci forniscono importanti informazioni sociali. I legami sociali meno forti sono spesso più importanti di quelli stretti. Mentre gli amici intimi sono di solito esposti alle stesse nuove informazioni che riceviamo, le persone con legami meno forti di solito hanno accesso a informazioni che non abbiamo.


11. Anche se soggetta a condizionamento, anche la forza di volontà ha una solida base neurologica. Gli scienziati hanno scoperto che alcune persone hanno una predisposizione neurologica alle dipendenze. Per i giocatori d'azzardo una perdita è una quasi vincita, per questo non smettono anche mentre stanno perdendo. Tuttavia, nonostante questi svantaggi di origine neurologica, una volta identificata l'abitudine la palla passa al soggetto ed è lui che deve modificarla.

E anche quelle più radicate possono essere trasformate.


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