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Come affrontare uno stato di inquietudine?



“Stato proprio dell'animo che non trova pace”.

Il tempo in cui viviamo, dove la Pandemia ci ha trovati impreparati, è sottoposto

a trasformazioni quotidiane, cambiano le esigenze delle persone, cambiano i modi di lavorare, cambiano continuamente le tecnologie, cambiano i comportamenti, cambiano le regole, cambiano le risorse…cambiano le nostre energie…

possiamo dire che calano le nostre energie.


Una cosa è fare fronte a un momento di emergenza e un’altra cosa è stare immersi nell’emergenza.

Essere costantemente sovrastimolati dalle stesse notizie, dagli stessi allarmi.


Convivere con la Pandemia è complesso e ci mette quotidianamente alla prova.

Gli stati d’animo che prevalgono sono di incertezza e di paura.

Gli esperti, in particolare gli Psicologi, affermano che mai come in questo periodo

le persone soffrono di attacchi di ansia e di panico, di stati depressivi, di angoscia.

E mai come ora il loro lavoro è aumentato esponenzialmente.


Nel nostro Paese l’attenzione verso la salute mentale è ancora troppo bassa.

Sei ti rompi un braccio hai un problema, se invece sei depresso no.


Sei hai un dolore fisico sei compreso, sei hai un dolore mentale sei deriso.


Nel tempo noi esseri umani abbiamo cercato e trovato il modo per lenire il dolore dell’anima e da poco questi metodi sono entrati a far parte delle organizzazioni.


La Mindfulness ad esempio è un approccio alla salute della mente, antico migliaia di anni, che si realizza attraverso pratiche ed esercizi di respiro consapevole, di meditazione e di ascolto di sé.


Mindfulness è una parola inglese che vuol dire consapevolezza, ma in un senso particolare. Non è facile descriverlo a parole perché si riferisce prima di tutto a un’esperienza diretta e soggettiva.


Tra le possibili descrizioni è diventata “classica” quella di Jon Kabat-Zinn, uno dei pionieri di questo approccio. “Mindfulness significa prestare attenzione, ma in un modo specifico:

a) con intenzione,

b) al momento presente,

c) in modo non giudicante”.


Si può descriverla anche come un modo per coltivare una più piena presenza all’esperienza del momento, nel qui e ora.


Cosa non è la Mindfulness: non è una tecnica di rilassamento.

Non è un modo per entrare in qualche forma di trance, né per svuotare la mente e raggiungere il “vuoto”.

Non è una modalità per garantirsi un facile benessere psicofisico.

Non è una sorta di “spa emozionale”.

Non è una forma di “buonismo” che ci spinge ad accettare tutto, ad accogliere acriticamente quello che ci accade, ad essere passivi nel nome dell’accettazione.


Anzi.


I lati negativi della vita non possiamo evitarli e allora la prospettiva della consapevolezza (Mindfulness) ci offre una possibilità a prima vista strana, contro intuitiva, forse assurda: entrare in relazione più diretta con il disagio e la sofferenza, imparare a rivolgere piena attenzione, a fare spazio anche a quello che non ci piace, che non vorremmo o che ci fa soffrire.

In questo senso è un andare “controcorrente”, perchè la tendenza automatica, istintiva che abbiamo è fare esattamente l’opposto, quindi fuggire.


Ma se lo sperimentiamo, allora possiamo scoprire che in questa mossa apparentemente incomprensibile troviamo una possibilità sorprendente di fare spazio, di lasciar essere e quindi di essere meno condizionati, meno oppressi anche dalle condizioni che ci portano disagio.


E facendo questo ci mettiamo nelle condizioni possibili per trovare le vie e i modi più efficaci per gestire o risolvere le cause di sofferenza.

A volte anche attingendo a intuizioni nuove, creative.


Non stupisce che le applicazioni primarie siano state e ancora rimangono in area clinica: il lavoro pionieristico trentennale di Jon Kabat-Zinn, professore di medicina presso la University of Massachusetts, ha avuto un larghissimo seguito sia nell’ambito della medicina sia in ambito psicoterapeutico.

Il perno delle applicazioni consiste nel potere liberatorio della consapevolezza,

più recentemente si sono estese all’ambito educativo e organizzativo come proposta di un vero e proprio stile di vita più salutare in quanto più consapevole.


Una caratteristica di fondo dell’approccio della Mindfulness è lo strettissimo legame con il pensiero scientifico e la ricerca: è nato infatti a partire da scienziati, ricercatori, clinici e da subito si è sviluppato sul campo, nella sperimentazione pratica, con ricerche scientifiche rigorose che cercano di verificarne l’effettiva efficacia

e i meccanismi di funzionamento.


Oggi la ricerca sui vari temi legati alla prospettiva della Mindfulness è un’area molto calda della scienza e in espansione esponenziale, con diverse centinaia di articoli di ricerca pubblicati ogni anno sulle più autorevoli riviste scientifiche di settore.


Mindfulness è un atto che parte dall’attenzione e dal modo in cui la usiamo ed è talmente semplice che questa stessa semplicità ne rappresenta la vera difficoltà.


Noi facciamo molta fatica ad essere semplici.

Da un lato, una capacità progressiva di maggiore presenza al qui e ora ci apre a esperienze inaspettate, alla ricchezza del momento presente, alla pienezza del vivere.


Dall’altro, la pienezza dell’esperienza comprende necessariamente anche il suo lato negativo: il disagio, la sofferenza, il dolore.

Questo approccio ci chiede e ci insegna a non respingere e a non negare la dimensione negativa, ma a farne motivo di crescita e persino di creatività.

Questo è l’aspetto cui si riferisce la parola: accettazione/accoglienza, creativa soggettiva, nostra.


Per affrontare le nostre emozioni disgreganti, i nostri pensieri conditi dalla paura e dall’incertezza, i nostri legittimi timori per il futuro.


E, come spesso succede, scopriamo che le risorse di cui abbiamo bisogno abitano già dentro di noi, che non dobbiamo affaticarci a cercarle chissà dove, dobbiamo soltanto riconoscerle e usarle.

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