• Accademia del Benessere

GIOIA e FELICITÀ

PUNTATA NUMERO 4


Il respiro si fa affannoso, tremano le ginocchia, brillano gli occhi, i muscoli delle guance si allargano in un enorme sorriso, sentiamo l’impulso di spalancare le braccia verso l’alto, battere le mani, abbracciare la persona più vicina e mettersi a ballare con lei, in ogni caso la GIOIA è una sorpresa, un’emozione che ci abbaglia.


Una delle migliori definizioni di GIOIA la dobbiamo al filosofo del seicento Baruch Spinoza, ebreo, bandito dalla sua comunità perché credeva che Dio si potesse trovare anche negli alberi e nelle pietre, fu costretto a vagare per l’Olanda senza famiglia e senza fissa dimora, mantenendosi a malapena con il suo lavoro di tornitore di lenti.


Spinoza credeva che la storia delle nostre vite sfuggisse al nostro controllo e associava la GIOIA alla casualità e all’imprevisto.


Per lui si trattava di un’EMOZIONE che arriva dentro di noi quando una cosa risulta migliore di quello che ci aspettiamo.


I filosofi del ‘700 erano più interessati alla felicità piuttosto che alla gioia dovuta a coincidenze fortunate.

Pensavano che la FELICITA’ si potesse progettare e che comunque andava ricercato in maniera deliberata.

In questo conteso la GIOIA riuscì a conservare il proprio legame con la dimensione dell’imprevisto e restò un’emozione che andava scoperta, non costruita.


Il lato negativo, naturalmente, è la rapidità con cui la gioia finisce.

Era la natura sfuggente di questa emozione che affascinava VIRGINIA WOLF, scrittrice che non viene certo ricordata per la sua capacità di provare gioia…


Tuttavia i suoi diari testimoniano che era capace di trovarla in piccolissimi dettagli, nei luoghi e negli oggetti più imprevisti:

come il battente tirato a lucido di un portone, il bagliore di luce da una finestra.


Fece fare esperienza di questa gioia al personaggio del suo libro GITA AL FARO del 1927, la signora Ramsay, immersa nella banalità di una cena in famiglia, viene attraversata dalla sensazione che la vita, in quanto tale, sia trionfalmente perfetta, dove tutto sembra possibile e giusto.


L’idea per cui, invece, la felicità possa essere costruita è relativamente recente; se prima del settecento era usata per descrivere la sensazione di essere baciati dalla fortuna, o meglio dalla grazia di Dio, nel secolo scorso innumerevoli studi dimostrano quanto avere un atteggiamento ottimista e allegro possa influire positivamente sulle scelte che facciamo e di conseguenza sulla qualità della nostra esistenza, può farci vivere più a lungo, avere più successo sul lavoro, relazioni personali più appaganti.


La ricerca della FELICITA’ oggi è un’industria miliardaria, anche perchè il bisogno di sentirsi felici è amplificato dai ritmi esasperati e competitivi che conduciamo, lontani da quelli naturali dell’essere umano.


Per questo abbiamo a disposizione i manuali di auto-aiuto che ci invitano a tenere conto della nostra temperatura emotiva;

centinaia di presunti Guru che “In tre mosse” ti resettano tutti i problemi e ti fanno diventare felice come per incanto;

migliaia di video motivazionali su come avere successo e diventare miliardari.


Tra questi, alcuni seri.


Esistono anche delle App che trasformano in grafici gli effetti di alcuni cibi e dell’esercizio fisico sul nostro umore.


Si può notare questa crescente consapevolezza della FELICITA’ anche su scala internazionale, dal 2003 l’Unione Europea misura e paragona la felicità dei cittadini nei vari stati membri, il FIL: felicità interna lorda.

Un barometro importante per misurare il BENESSERE delle persone.


Un BENESSERE che proviamo, a tratti, in alcuni momenti della nostra routine lavorativa e familiare, ma è proprio durante le vacanze che le EMOZIONI di GIOIA, di FELICITA’ e quindi di BENESSERE, si presentano e ci accompagnano.

Ci riempiono il cuore e lo spirito.


Bene, allora sarebbe bello salvarne qualcuna di queste emozioni così effimere, proteggerle, e conservarle per i momenti No, che certo non mancheranno, dopo le vacanze.


“La felicità è un dono e il trucco è non aspettarla, ma gioire quando arriva”. Charles Dickens

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